venerdì 11 ottobre 2013

De Benedetti: "gestire il cambiamento e salvare il giornalismo" ... o forse solo gli editori?

Ci risiamo.
Leggendo l'intervento di oggi di Carlo De Benedetti su huffingtonpost.it, mi è sembrato che anche gli editori iniziassero a spostarsi dalla parte giusta della storia, in quel cambiamento che neanche tutti i soldi del mondo potranno fermare.
"il digitale è un universo che vive secondo leggi tanto diverse dal passato quanto la fisica moderna è diversa da quella di Galileo e Newton. Le nuove leggi dell'universo digitale rendono incerti o comunque mobili tutti i confini: tra produttori e consumatori, tra comunicatori e fruitori delle informazioni, tra prodotti diversi, tra contenuti e mezzi per comunicarli e diffonderli"
bene, bravo, finalmente
"in un universo nel quale l'attività del "pubblicare" è diventata un bottone che chiunque può cliccare - come ha provocatoriamente sostenuto lo studioso americano Clay Shirky - ha ancora un senso parlare di industria della pubblicazione, cioè di editoria?"
incredibile! Ho pensato, ma c'è voluto poco per capire che l'articolo sarebbe inevitabilmente finito con la solita lagna richiedente le più miopi delle prebende.
"bisogna intervenire rapidamente con norme che ridistribuiscano le risorse correttamente rispetto agli investimenti per la costruzione dei contenuti"
Che tristezza. De Benedetti chiede che attraverso le norme si ridistribuiscano le risorse di attività commerciali come quelle della pubblicazione.
E ancora peggio che queste norme cambino le regole del mercato andando a premiare chi spende di più.

Ovvero, diciamo che Golia fa un sito e spende 1 milione di euro, ma non lo guarda nessuno, e Davide fa un sito e spende 1000 euro, e ci vanno un milione di utenti, comunque Davide dovrà dare a Golia il 99,9% dei suoi ricavi?
Purtroppo il ragionamento degli editori è proprio questo. Continua ad essere questo nonostante con la Rete siamo passati dalla fisica di Newton a quella di Einstein.

Ma ciò che risulta indigeribile è questo vezzo di mischiare editori ed autori, come se fossero la stessa cosa, come se stessero dalla stessa parte della staccionata. Come se lupi e agnelli facessero parte dello stesso gregge.
Prendiamo come esempio proprio l'Huffington Post versione italiana, realizzato in collaborazione con il gruppo Espresso di De Benedetti, che lo stesso De Benedetti ha scelto per scrivere questa sua lagnanza.
Quanto l'Huffington Post da' dei suoi ricavi pubblicitari ai tanti blogger che ci scrivono e che tenendo alto il traffico portano i soldi al sito?
«I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati» si è affrettata a spiegare Lucia Annunziata nella presentazione del sito nel quale ci ha anche informati che il sito partiva con nientepopodimeno che 200 blogger: “Iniziamo con circa 200 blogger, ma finché non arriviamo a 600 non mi sento tranquilla” ha affermato l’Annunziata.

Quindi di quale "plain level field" sta parlando De Benedetti, di quale "campo dove i soggetti possano farsi concorrenza alla pari, senza sfruttare indebitamente posizioni dominanti" cerca di convincerci?

De Benedetti ci spiega "restano altissimi i costi a carico di chi quell'informazione la confeziona giorno dopo giorno". La confeziona. O la produce?

Tra l'altro De Benedetti se la prende con Google, e se vuole usare le cifre investite come parametro per distribuire i ricavi non sono sicuro che gli possa andar bene.
È veramente ridicolo che si azzardi a chiedere "parità di condizioni nelle indicizzazioni", addomesticare anche i motori di ricerca non al miglior risultato a beneficio dell'utente, ma a beneficio di coloro che ancora cercano di fare gli intermediari dell'informazione.
Non che la cosa non la stiano già facendo. Di fatto richiedendo a Google e agli altri motori di ricerca di rimuovere dai propri risultati siti "scomodi" come quelli che parlano di condivisione della cultura, dell'arte, dei siti peer to peer che consentono di mettere in comunicazione gli utenti direttamente tra di loro senza dover passare attraverso "gli altissimi costi" degli editori.

De Benedetti ha capito benissimo quale sia il cambiamento che è avvenuto:
"i giornali soffrono ma il giornalismo sta vivendo la sua migliore stagione da sempre. Per merito della tecnologia di massa, qualsiasi fatto può essere documentato e raccontato in tempo reale: ovunque c'è uno smart phone che ferma l'evento e i suoi protagonisti, qualcuno che lo twitta e ritwitta"
Non si tratta di motori di ricerca.
I cittadini sono diventati i protagonisti dell'informazione, avranno sempre più modi per condividere ciò che gli interessa e gli appassiona, senza dover sottostare alle "scelte editoriali" non importa quale legge gli editori sapranno farsi indebitamente approvare.