martedì 6 agosto 2013

Per Obama i brevetti sono carta straccia ...

... verrebbe da pensare alla notizia che il presidente degli Stati Uniti ha messo il veto alla decisione dell''ITC di vietare la vendita di alcuni modelli di iPhone e iPad per la violazione dei brevetti di Samsung.
Oppure, se usiamo l'ottica nazionalista, si potrebbe pensare che fintanto che è la coreana Samsung a violare i brevetti della statunitense Apple, per Obama è giusto che venga commissionata alla Samsung una multa da un miliardo di dollari, ma quando sono in discussione gli interessi di una azienda americana, (ovviamente non una azienda qualunque, ma una che in questo ultimo periodo è in testa alla classifica mondiale per capitalizzazione) allora il presidente degli Stati Uniti può permettersi di fare una cosa che per trovare un precedente bisogna tornare indietro di oltre 30 anni, ai tempi di Regan.
L'ufficio della presidenza ha ricordato "i danni che possono risultare" dall'uso di brevetti per parti essenziali per "guadagnare un indebito vantaggio" e nell'attuare un ingorgo dei brevetti.
Che i brevetti ormai siano più un problema che una soluzione, anche per le aziende che dovrebbero trarne beneficio, è sotto gli occhi di tutti, e non riguarda solo le aziende tecnologiche, ma tutto anche agricoltura, medicina, alimentazione.
E in molti si stanno organizzando per richiedere una riforma a questo sistema che uccide l'innovazione.

Dimentichiamoci infatti l'idea romantica del genio inventore che ha una idea rivoluzionaria, la brevetta e diventa ricco migliorando contemporaneamente il mondo.

Questa non è la realtà del mondo dei brevetti già da molto tempo.
È ormai diventato un complesso sistema, gestito da apposite strutture di avvocati, un sistema nel quale sta emergendo come dominante il "patent troll", ovvero società che collezionano brevetti a volte assolutamente privi di reale utilità o funzionalità innovativa, al solo scopo di citare in giudizio soggetti che inavvertitamente dovessero aver costruito qualcosa che contiene anche una funzione marginale ma sottoposta a brevetti.

Nel 2011 i costi provocati dalle azioni legali intentate dai patent troll si calcola siano stati di 30 miliardi di dollari, e ogni anno la situazione peggiora.
I brevetti non garantiscono che chi ha una buona idea possa realizzarla, impediscono invece di farlo a chi vorrebbe, se non sottostando alle condizioni di chi possiede il brevetto (che nella quasi totalità dei casi non corrisponde alla persona che ha avuto l'idea).

La diatriba, le diatribe Samsung contro Apple e viceversa continueranno in tribunale probabilmente con altri colpi di scena.

C'è solo un vero colpevole: la politica. Che deve mettere velocemente mani a questa legge che favorisce chi si compra anche il più stupido dei brevetti e penalizza chi ha voglia di innovare, con le idee proprie ma anche con le idee degli altri.
“Se la natura ha reso una cosa meno suscettibile di tutte le altre alla proprietà esclusiva, essa è l'azione della potenza del pensiero che chiamiamo idea, che un individuo può possedere esclusivamente solo finché la tiene per sé, ma che nel momento in cui viene divulgata, si impone come proprietà di ciascuno, e chi la riceve non se ne può più disappropriare. La sua caratteristica peculiare è inoltre che nessuno la possiede di meno, anche se tutti gli altri la possiedono interamente. Colui che riceve un'idea da me, riceve istruzioni per se stesso senza diminuire le mie; così come colui che accende la sua candela dalla mia, riceve luce senza rabbuiarmi. Il fatto che le idee debbano diffondersi liberamente dall'uno all'altro, attraverso il globo per l'istruzione dell'uomo, morale e reciproca, e il miglioramento della proprie condizioni, pare essere stato progettato con peculiarità e benevolenza dalla natura, che le ha create, così come il fuoco, con la capacità di espandersi fino a riempire tutto lo spazio, senza diminuire mai la loro densità in alcun punto, e come l'aria in cui respiriamo, ci muoviamo, esistiamo come esseri fisici, impossibile da contenere o da appropriarsi in modo esclusivo.”
Queste parole le ha pronunciate un altro presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, ed era il 1813.