sabato 1 giugno 2013

Internet sta uccidendo gli artisti? No, solo chi li sfrutta


Forse qualcuno ricorda negli anni '70 la maglietta Fruit of The Loom, una semplicissima maglietta bianca con nient'altro che il marchio del produttore in bella vista. E c'è stato un periodo nel quale quasi tutti andavano in giro con quella maglietta, era la moda.
E poi i tormentoni estivi: all'inizio della stagione tutti a chiedersi quale sarebbe stata quella unica canzone che avrebbe eclissato l'ascolto di tutte le altre diventando il simbolo della stagione.
Se oggi dovessi andare in strada e vedere tutti con la stessa maglietta, dello stesso colore, con lo stesso simbolo, penserei che siamo stati invasi da qualche forma di vita aliena.

Le cose sono cambiate da allora, inesorabilmente, e Internet ha impresso una forte accelerazione a questo cambiamento.
E per qualcuno, che magari aveva grandi profitti da quel mondo così omologato, le cose sicuramente sono cambiate in peggio.
Tra queste le società discografiche, rappresentate dalla loro associazione RIAA, che denunciano nell'ultimo decennio un crollo del 40% nel settore dell'impiego degli artisti. Numeri basati su dati da loro elaborati. Ma quanto possono essere credibili?
Uno studio pubblicato su techdirt.com ci spiega come stanno veramente le cose.
Utilizzando gli stessi dati che la RIAA dichiara di aver usato, ovvero quelli dell'Ufficio Statistiche del Lavoro, non c'è una diminuzione del 40% degli artisti che lavorano nel settore musicale, bensì un incremento del 510%.
Questa grande crescita è dovuta al fatto che gli artisti, proprio grazie a Internet, considerano sempre meno vantaggioso legarsi alle grandi case discografiche, ovvero non credono più al "tu ci cedi tutti i diritti, e noi faremo di te un divo da hit parade" che sempre alla fine degli anni '70 cantava Bennato nella canzone Il Gatto e la Volpe.
E infatti i musicisti indipendenti sono passati dai 300 nel 2003, a 1830 nel 2012.
E contemporaneamente sono crollati quelli che lavorano alle dipendenze delle grandi etichette: da 880 nel 2003 alle 190 nel 2012.

Questo vuol dire che se le case discografiche non cambiano il loro obsoleto modello di business in fretta, scompariranno ben presto dal panorama.
La brutta notizia è che purtroppo il loro modello di business è già completamente cambiato, non sono più interessate a capire come rendere felici i fan degli artisti.
Anche perché queste statistiche ci dicono ormai gli artisti rimasti legati alle grandi etichette discografiche americane sono, appunto, solo 190.
E quindi, ciò che hanno deciso di fare, lo leggiamo ogni giorno dalle cronache, è quello di usare i soldi che hanno per pagare lobbisti per fare leggi sempre più repressive nei confronti di quelli che un tempo erano i loro clienti, e tramite avvocati minacciarli di trascinarli in tribunale con accuse pretestuose di erodere i loro profitti attraverso la condivisione dell'arte prodotta dai loro beniamini.

Massive Growth In Independent Musicians & Singers Over The Past Decade