mercoledì 8 gennaio 2014

Non è mai stata una questione di soldi

"Siete solo dei marmocchi viziati che non vogliono pagare", dice l'industria del copyright alle persone che condividono online cultura e conoscenza. "Siete solo dei marmocchi viziati che non vogliono pagare", dicevano gli inglesi ai coloni americani che con il Boston Tea Party iniziarono le proteste contro le tasse inglesi, che portarono alla guerra di indipendenza americana. I meccanismi alla base sono fondamentalmente gli stessi.

Quando arriva una innovazione, ciò che prima era limitato si trasforma in abbondanza, e intorno a queste nuove abbondanze diventa necessario soffisfare nuove carenze. Quando la corrente elettrica è arrivata nelle case, nelle famiglie è diventata disponibile in abbondanza la refrigerazione alimentare, il settore della produzione del ghiaccio ha cessato l'attività da un giorno all'altro, e sono arrivati gli elettricisti. Quando sono arrivati i lampioni elettrici​​, la professione del lampionaio è diventata obsoleta, e ancora una volta, sono stati necessari più elettricisti. Quando è arrivata l'e-mail, lettere cartoline e l'industria legata a questo segmento del servizio postale è diventata in gran parte obsoleta, ma si sono resi necessari gli amministratori di sistema.

Quando i computer ci hanno permesso di produrre le nostre copie personali della cultura e della conoscenza da ciò che consultavamo in prima persona online, l' industria del copyright - che deteneva il monopolio su tale duplicazione, mantenendo scarsità di cultura e conoscenza - è diventata obsoleta, e con l'arrivo di nuova abbondanza di cultura e conoscenza in tutto il mondo, sono apparse nuove esigenze da colmare. Ad esempio, quando avete più o meno tutta la musica del mondo sul vostro disco fisso, diventa faticoso e laborioso ordinarla per ascoltare ciò che si vuole.

Quando il servizio di musica Pandora è stato lanciato, ha fatto esattamente questo: ha risolto questa carenza, la capacità di ordinare l'abbondanza. Sono l'abbonato pagante numero 110 degli attuali 20 milioni o giù di lì (e ho anche pagato per modi per trovare il modo di aggirare lo stupido tentativo di bloccare il servizio per gli Stati Uniti). È facile da verificare.

Bisogna tenerlo in considerazione, perché i pirati non sono indisposti a pagare per i servizi di cultura e conoscenza. Tuttavia, i pirati (e con "pirati" intendo i  150 milioni di americani più giovani, e i 250 milioni di europei, e circa la metà  del resto della popolazione mondiale più giovane) non sono disposti a pagare per i servizi obsoleti, come ad esempio la duplicazione. I pirati sono sono early adopters.

Rispieghiamolo, perché è la chiave per fermare questo ritornello ignorante sul "non vogliono pagare" che viene ripetuto alle persone felici di condividere la cultura e la conoscenza on-line :

I pirati sono early adopters. Se gli dai qualcosa di nuovo e lucicante nelle loro mani, lanciano soldi verso di voi. Al contrario, saranno tra i primi a identificare un mercato stantio e ad abbandonarlo. Inoltre, non accettaranno mai e poi mai leggi che li bloccano in un servizio che non hanno chiesto, soprattutto se si può fare la stessa cosa praticamente senza nessuno sforzo, come la produzione di copie di film, musica, giochi, o software usando le proprie materie prime e la propria manodopera.

Ovviamente, questo significa che non si può obbligare moralmente i pirati a pagare per la produzione di proprie copie utilizzando la propria manodopera e materiali, anche se la legge dice che avete il diritto di tassare e multarli se lo fanno. La qual cosa si presenta come estremamente pesante e repressiva.

Questo è successo molte volte nel passato, e queste situazioni tendono a finire più o meno allo stesso modo.

Uno dei casi più famosi si è trasformato in un enorme festa per il té sulle banchine di Boston. Questo nonostante il fatto che quelle persone non sembravano avere problemi a pagare le tasse sul tè; semplicemente non era una questione di soldi, e non lo è mai stata.

Potete trattare i pirati semplicemente come avidi che sicuramente sono in grado di pagare se vogliono, proprio come si potrebbe considerare i coloni come avidi bastardi che sicuramente potevano permettersi di pagare la tassa sul tè inglese. E così facendo, si commetterebbe un grossolano errore, scegliendo rappresentare grottescamente una situazione per rimanere comodamente nei propri punti di vista, ma rimanendo ignoranti.

"Ma il Boston Tea Party aveva a che fare con il fatto che i coloni si lamentavano di pagare le tasse senza che avessero diritto di rappresentanza", qualcuno potrebbe dire. "La questione monopolio del copyright è diversa!"

Lo è, davvero?

Davvero ?

Rivediamo i fatti di cui sappiamo. Le leggi sul monopolio del copyright sono state create a beneficio del pubblico, e solo del pubblico. Nella Costituzione degli Stati Uniti, possiamo leggere chiaramente che lo scopo del monopolio del copyright è quello di "promuovere il progresso della scienza e delle arti utili". Niente di più, niente di meno.

È importante evidenziarlo, perché lo scopo del monopolio ("diritto di esclusiva"), non è e non c'è mai stato per consentire a qualcuno di fare soldi su una particolare attività. In particolare, il suo scopo non è mai stato quello di permettere a qualcuno di continuare a fare soldi allo stesso modo con cui ha sempre fatto, anche quando le tecnologie hanno cambiato lo scenario e la loro offerta non aggiungeva più alcun valore.

Il monopolio del copyright è un equilibrio, ma si tratta di un equilibrio tra due interessi contrastanti del pubblico: l'interesse del pubblico nel promuovere che vengano realizzate nuova scienza e nuova arte, e l'interesse dello stesso pubblico nell'avere accesso a tale scienza e a tale arte. L'industria del copyright non è un interesse legittimato in questa legge.

È da qui che iniziano i problemi. Perché quando guardiamo a come la legislazione monopolio del copyright è stata scritta e riscritta negli ultimi decenni, è stato fatto interamente su misura per i desideri degli obsoleti intermediari del settore, aumentando sempre più le pene contro chi elude il blocco del loro monopolio. L'interesse del pubblico - l' unico attore legittimo - non è, e non è stato, considerato per niente. In poche parole, il pubblico non è rappresentato.

Quindi, se una legge che obbliga le persone a pagare qualcosa inutilmente e involontariamente non è imposizione, allora che cos'è?

E se i loro interessi non sono ben rappresentati in tale legislazione ... bene ... ?

Questo argomento può essere considerato esoterico e stravagante a coloro che difendono il monopolio del copyright, ma a quelle persone posso garantire due cose: in primo luogo, che il ritornello "volete solo le cose gratis!" appare altrettanto stravagante e contro la realtà dei fatti a quegli imprenditori innovatori che capiscono la tecnologia e la società, e in secondo luogo, che la chiamata contro la "tassazione senza rappresentanza" dopo il Boston Tea Party è apparsa altrettanto stravagante a quelli che erano la auto-dichiarata nobiltà di quel tempo.

Non voglio sentire il "voi non volete pagare" mai più. Stiamo producendo le nostre copie di ciò che consultiamo in prima persona con la nostra manodopera e con i nostri materiali, e abbiamo tutto il diritto morale, filosofico, etico, economico e naturale per farlo. Rifiutiamo un diritto legale di un'industria obsoleta di emanare tassazione privata su di noi per il nostro lavoro. Se volete far parte del futuro, almeno cercate di avere un quadro e degli orizzonti più ampi.

Auguro a tutti che il dibattito nel 2014 sarà solo leggermente meglio che in tutti gli anni precedenti, da quando sono stato coinvolto in questo dibattito, ovvero da circa il 1987. Sta a tutti noi costringere che il dibattito vada in quella direzione.

Rick Falkvinge, su Torrentfreak: "It Was Never About The Money, Stupid: The Similarities Between Copyright Monopoly Madness & Boston Tea Taxes"

mercoledì 18 dicembre 2013

La tassa dell'isola che non c'ė

18 Dicembre 2013.
Esiste un web, nel quale gli utenti di tutto il mondo possono accedere ai siti in tutto il mondo.
Poi esiste un web "visualizzabile sul territorio italiano".
O almeno così la pensano B&F, Boccia e Fanucci, autori dell'emendamento diventato tristemente famoso come "web tax".
Anche nella versione modificata questa notte, pubblicata da Boccia con un tweet, rimane una definizione del web che potrebbe essere definita sbagliata, imprecisa, stupida o ignorante a seconda di come la si approcci:
Gli spazi pubblicitari on-line e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca, visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di uno sito o la fruizione di un servizio on-line ...
L'idea del web di B&F sembra quindi mutuata da quella del governo cinese: i Cinesi sono miei, e devono vedere quello che dico io.

Non ci riescono i cinesi, ci riusciranno Boccia e Fanucci?
Lasciamo da parte le tantissime obiezioni di cui si è tanto parlato in questi giorni (la probabile bocciatura dell'Europa, le controindicazioni per le aziende italiane, e per gli utenti italiani del web).
Siccome i siti on line in tutto il mondo, i motori di ricerca in tutto il mondo, le concessionarie pubblicitarie in tutto il mondo continueranno ad operare come sempre, ipotizzando che questo emendamento debba essere applicato, dovremo chiederci se:
1. in Italia andrà modificato il modo con il quale viene visualizzato il web, o se
2. gli Italiani cambieranno volontariamente il modo con cui accedono ad Internet.

Caso 1: Si modifica il web in Italia affinché ci sia un web che può essere visto in Italia.
Si chiede quindi ai provider Internet che filtrino tutto il web. È vero che l'Italia, con una lista di oltre 6000 siti, è in testa alle classifiche per quanto riguarda la censura del web. Uno dei siti censurati è ad esempio il facebook russo, vk.com, che ha oltre 200 milioni di utenti. Ma ci vuole così poco per poter accedere a questi siti censurati dall'Italia, ad esempio usando il browser Opera e impostando la modalità turbo, o tantissimi altri strumenti come Tor, proxy, vpn, etc.
Ma per fare applicare questa legge non basterebbe censurare migliaia di siti, andrebbero censurati milioni di siti. E servizi on line.
Questo ipotetico web italiano diventerebbe un vero e proprio colabrodo, il che spingerebbe sempre più utenti ad aggirare queste già deboli restrizioni.

Caso 2: Gli Italiani si impegnano ad obbedire alla restrizione.
Siccome tecnicamente far rispettare questa legge è impossibile, gli Italiani potrebbero capire l'importanza di questa legge e la volontà del legislatore, e si potrebbero impegnare volontariamente durante la navigazione sul web e sull'utilizzo dei suoi servizi, per evitare di accedere a siti e servizi che la infrangono.
Pur conoscendo la nota determinazione degli Italiani nel rispettare ogni regola, regolamento, legge e leggina, anche le più stupide e dannose, purtroppo questi poveri italiani avranno la vita dura.
Come fa un utente "sul territorio italiano, durante la visita di un sito o la fruizione di un servizio on-line", a capire se "gli spazi pubblicitari on line e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine" siano stati "acquistati esclusivamente attraverso soggetti titolari di partita IVA italiana" ?

Anche se sto visualizzando un sito in Italiano, non so se questo sito si trova in Italia. Molto probabilmente si troverà nel "cloud", ovvero in uno dei tanti server sparsi in tutto il mondo e probabilmente durante la mia visita potrà cambiare se ce ne sarà uno meno carico, perché così funziona Internet.
Ed è probabile che anche se sto visualizzando un sito Italiano, la società che produce i contenuti di questo sito, sia diversa da quella che offre i server che lo ospitano. Ed è probabile che la società che produce i contenuti sia diversa dalla società che mi sta facendo visualizzare la pubblicità.
Anche se io vedo una sola pagina, nella quale c'è un articolo, una immagine, un video, della pubblicità, dei commenti sul social network, tutti questi pezzi che compongono la pagina vengono forniti da sistemi diversi, server diversi e società diverse.
Quindi non posso sapere se la pubblicità è fornita da una società con partita iva italiana. Conseguentemente non posso sapere se quella pubblicità sia comprata "mediante centri media, operatori terzi e soggetti inserzionisti" da soggetti titolari di partita IVA italiana.

E se è difficile per siti con contenuto italiano, è praticamente impossibile per siti con contenuti non italiani.
Perché l'emendamento non parla di "siti italiani" o "siti in italiano", ma parla di siti "visualizzabili sul territorio italiano".


Smettiamo quindi di chiamarla "web tax" e chiamiamola "tassa dell'isola che non c'è".

domenica 10 novembre 2013

Il monopolio dell'idiozia

Il nostro attuale sistema di brevetti non può essere aggiustato, ma deve essere abolito se vogliamo salvaguardare l'innovazione e lo sviluppo umano.

Rick Falkvihnge, 31 Ottobre 2013
Quando le  compact cassette si sono diffuse nel 1970, - e ancora più quando Napster si è diffuso alla fine degli anni '90 - il monopolio del copyright ha invaso le camere da letto delle persone oneste. Fino a quel momento, era un concetto esoterico che riguardava solo gli avvocati delle grandi case editrici. Quando le singole famiglie hanno iniziato ad essere citate da grandi case editrici per il "crimine" di condividere la conoscenza e la cultura, il pubblico entrò in contatto diretto con il diritto esclusivo di produrre  che noi conosciamo come il monopolio del diritto d'autore, e ha iniziato a rivalutare un sacco di cose che era state date per scontate fino a quel momento.

Questo è il momento nel quale la maggior parte di noi si trova con un altro diritto esclusivo di produrre oggi - il monopolio dei brevetti. La maggior parte di noi non ne è mai entrata in contatto, non ne abbiamo depositato o scritto uno, e non abbiamo visto qualcuno essere citato in giudizio più di uno di questi. Perciò, ad un sacco di miti è stato consentito di restare intatti. Questo è un male, perché questi miti forniscono dati errati e cattiva politica.

Il povero e solitario inventore non esiste

Il primo mito è che i monopoli dei brevetti corrispondano all'innovazione e che l'innovazione possa essere misurata in brevetti. Questo è il peggiore  tipo di metrica possibile. I monopoli dei brevetti proibiscono l'innovazione: vietano legalmente di migliorare un prodotto senza il permesso del detentore del monopolio. Se si vuole sostenere che i brevetti corrispondano o migliorino l'innovazione, si deve trovare un effetto collaterale positivo di questo divieto ad innovare che superi l'effetto negativo del divieto. Purtroppo, non importa quale settore si guardi, non si possono trovare effetti collaterali positivi.

Il secondo mito è che i monopoli dei brevetti siano presi da  inventori poveri e soli ai quali viene un colpo di genio. Ma questo è falso. I brevetti oggi sono fabbricati in riunioni, dove gli ingegneri discutono quello che hanno fatto la scorsa settimana, e un avvocato dei monopoli dei brevetti prende appunti e registra monopoli dei brevetti sulle cose più banali. Se qualcuno avesse inventato oggi la sedia, la prossima settimana si vedrebbero decine di richieste di monopolio dei brevetti sul mettere due sedie girate di lato o di fronte una con l'altra. Questo è il livello effettivo della monopolizzazione in corso, giusto nel caso in cui la società che registra il brevetto possa utilizzare il brevetto per citare in giudizio od opporsi ad una citazione contro qualcuno in futuro. Il povero inventore solitario non esiste, con tutti gli effetti e le conseguenze. In ogni caso, non si sarebbe mai potuto permettere anche solo di fare richiesta di un monopolio dei brevetti.

Il terzo mito è che nessuno farebbe ricerca se non si potesse brevettare. Il monopolio dei brevetti è un grave problema per le attività di ricerca e sviluppo (R&S), che produce ciò che si può effettivamente vendere - prodotti e servizi. Se non si investe in R&S, semplicemente non si dispone di un prodotto o servizio da vendere. Questa è la ragione per la quale si fa ricerca - non perché è possibile presentare istanza di un monopolio legale su di esso. Nel 1851, quando i monopoli dei brevetti stavano per essere introdotti negli Stati Uniti, "The Economist" è stato feroce. Scrisse: "La concessione [di] brevetti ' infiamma la cupidigia' , incita alla frode, stimola gli uomini a rincorrere a schemi che possono permettere loro di imporre una tassa sul pubblico, porta anche dispute e litigi agli inventori, provoca cause legali infinite ... Il principio di la legge da cui tali conseguenze flusso non può essere giusto". Col senno di poi, erano proprio sul prezzo.

In breve, è diventato più redditizio creare monopoli di brevetti, piuttosto che fare prodotti e servizi reali, e quindi citare in giudizio (o minacciare di citare in giudizio) coloro che effettivamente creano qualcosa. Questo può apparire di valore sui libri, ma non ha fondamento nell'economia reale; è un costrutto puramente artificiale senza alcun valore intrinseco dei prodotti o servizi.

Due generi di monopoli di brevetti spiccano come particolarmente eclatanti. I primi sono i monopoli dei brevetti software, che sono monopoli essenzialmente brevetti sulla matematica. Tali monopoli sono invenzioni, sono pura logica. I monopoli di brevetti vengono concessi in questo campo per "invenzioni" che un studente di informatica di prima elementare potrebbe risolvere prima di fare colazione, e minacciano sempre più il passo dell'innovazione con tutto quello che è collegato in rete.

Il sistema non può essere aggiustato

Il secondo tipo riguarda i monopoli di brevetti farmaceutici. L'industria - utilizzando i proprio peso - ha scoperto un modo per tassare il pubblico utilizzando tali monopoli di brevetti. Il peso morto di mercato dai monopoli di brevetti pesa il 50% del fatturato totale del settore farmaceutico. Sbarazzandoci di questi brevetti e lasciando libera la ricerca e la produzione, potremmo raddoppiare i soldi spesi per la ricerca vera e propria, permettendo nel frattempo alle persone del terzo mondo di utilizzare le proprie materie prime, le piante e le conoscenze per produrre le medicine per le loro popolazioni.

Questo non è un sistema che può essere "aggiustato". È sempre stato rotto, ma è solo ora che questo raggiunge l'attenzione del pubblico. Ha bisogno che sia smantellato e non sostituito per niente. Danneggia l'innovazione, danneggia la nostra economia, danneggia la crescita, danneggia il progresso, e danneggia lo sviluppo umano nel terzo mondo . Gli unici che beneficiano del sistema di monopolio dei brevetti sono gli avvocati del monopolio dei brevetti. Purtroppo, hanno avuto voce in capitolo nel testo della normativa - pensando erroneamente che fossero degli esperti imparziali sul tema.

Monopoly on Idiocy

Il crollo delle vendite della Musica: la colpa viene data alle persone sbagliate?

10 Novembre  2013
Per quasi quindici anni, i maggiori studi cinematografici e le case discografiche hanno sempre accusato i cosiddetti 'pirati' per le loro vendite in declino.

Quanto il file-sharing influenzi i ricavi al botteghino e le vendite di musica è una questione empirica, e ci sono molte ricerche che sono state pubblicate per sostenere le proprie opinioni su quanto stesse succedendo. Per esempio, un recentissimo studio realizzato con un metodo affidabile e sicuro mostra che, dopo la chiusura di Megaupload, "i ricavi al botteghino della maggioranza dei film non è aumentata. Mentre per i film mediamente popolari l'effetto della sua chiusura è stato addirittura negativo, solo i grandi film di successo possono aver beneficiato dall'assenza di Megaupload".
George Lucas and Steven Spielberg, 1984
In altre parole, mentre una minoranza di operatori oligopolistici può essere colpita dal file-sharing, la maggior parte degli attori su piccola scala non lo sono - e possono anche beneficiare degli effetti sulla reputazione dalla diffusione delle informazioni (questa è una buona notizia per i produttori indipendenti che fanno pellicole con bassi budget, e questo dovrebbe indurre le major a ripensare alla loro strategia blockbuster, in linea con la recente analisi di George Lucas e Steven Spielberg).

Un problema chiave del dibattito 'pirateria' è che la maggior parte delle persone (in entrambi i fronti) non si preoccupano di FATTI. Alcuni credono, per una questione di principio, che i film e la musica dovrebbero essere resi disponibili gratuitamente al pubblico. Bello, ma come fare esattamente? (non ditemi "con la vendita di annunci pubblicitari su un sito web in streaming", perché in questo caso sto semplicemente dando via i miei dati personali in cambio di musica, il che non si chiama musica 'libera'). L'altro fronte è popolato da un altro tipo di idealisti che continua a suonare le stesse vecchie canzoni:" il file-sharing è un furto, il file-sharing affama gli artisti a morte, il file-sharing uccide la creatività, rubare una canzone è come rubare una macchina, la pirateria è un male, i pirati devono andare in galera e pagare ingenti multe", e bla, bla, bla.

Quando si mostra loro i fatti, di solito li trovano irrilevanti. Per esempio, il regista David Newhoff, al quale abbiamo recentemente risposto a seguito dei suoi attacchi violenti e offensivi, ha trovato lo studio di cui sopra "senza senso" e " irrilevante" su Twitter, perché secondo lui, "nulla giustifica la pirateria".

Come molti altri, preferisce martellare la testa delle persone con giudizi morali, piuttosto che affrontare la realtà - che mi fa ricordare come le grandi industrie del Tabacco ignoravano il problema dei dati scientifici sul cancro per concentrarsi invece sul fatto che fumare fosse una forma "morale" di libertà individuale.

Ecco alcuni altri fatti. Il segmento di consumatori più grande per la musica e film è quello tra i 15 e i 25 anni. Mi ricordo di essere stato un adolescente alla fine del 1990, prima dell'era di Napster e degli smartphone. Di solito spendevo la maggior parte dei soldi che avevo in tasca che mi davano i miei genitori per comprare CD e biglietti per il cinema (forse qualcosa come 150 dollari al mese? Non ricordo esattamente). Al contrario, al giorno d'oggi, vedo alcuni adolescenti spendono 700 dollari ogni anno per l'ultimo smartphone. E pagando un sostanzioso canone mensile per navigare nel web in 4G o LTE. E per acquistare video giochi costosi per i loro PC, Xbox e telefoni cellulari.

Ma siamo più precisi. Tra il 1998 (l'età pre-pirateria) e il 2013, l'industria globale dei videogiochi è cresciuta del 70% in valore, e ora vale 70 miliardi dollari. Nello stesso periodo, l'industria della telefonia mobile è cresciuta del 400% (ora ha un valore di 170 miliardi dollari) , e così ha fatto l'industria degli abbonamenti alla telefonia mobile (ora ha un valore di 1.000 miliardi di dollari). Nel frattempo, l'industria dei film è cresciuta 'soltanto' del 34% (90 miliardi dollari nel 2013), mentre l'industria musicale si è ridotta di quasi il 50% (29 miliardi di dollari quest'anno).

Che cosa vuol dire? Abbiamo fatto due conti: nel 1998, i ragazzi hanno speso il 31% del loro reddito disponibile dedicandolo all'intrattenimento su musica e film. Nel 2013, solo il 9%. In parole povere, le nuove industrie del settore tecnologico hanno deviato con successo una grande quota di reddito dei giovani lontano dal mondo della musica. Lo hanno fatto innovando molto. E si noti che, nel caso del settore dei videogiochi, sono anche riusciti a farlo nonostante la pirateria.

Ora, prima che David Newhoff e soci riprendano la loro "Operazione Neghiamolo", facciamo ancora una volta suonare il loro disco (rotto) preferito: la pirateria ha ucciso la creatività, eserciti di ragazzi pirata hanno distrutto l'industria della musica e dei film, e la rapida crescita di cattivi Megauploads ha indubbiamente causato la morte di milioni di artisti (affamandoli). E arrrrrr, c'è solo una sola soluzione: ci vuole più DMCA! Buona fortuna.

The Pirate Org Collapsing music sales: Blaming the wrong guys?